Nel libro “I Banditi di Cisterna” si raccontano le storie vere della Resistenza italiana

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Wiliam Pickering racconta la sua esperienza di guerra, in una splendida pagina di letteratura della seconda guerra mondiale.
Con grande piacere ho accettato l’incarico proposto dalla redazione, nell’assolato pomeriggio del 1 maggio 2013, ossia scrivere la recensione del libro “I Banditi di Cisterna”, splendido libro, affascinante, che descrive la lotta di una Divisione che non fece molto rumore agli occhi della stampa contemporanea e post bellica. Infatti, la storia della VI Divisione partigiana Asti non liberò grandi città, come Torino, ne compì azioni di Resistenza che furono raccontate da altra letteratura, come quella della liberazione di Alba.
Il libro narra la storia di William Pickering, soldato inglese che dopo anni passati come radiotelegrafista in posizioni relativamente poco importanti viene inviato in una missione di aiuto ai partigiani che dovranno operare nella zona del Monferrato, per aiutarli a liberare Torino e, in un’operazione su larga scala, aiutare i partigiani milanesi.
Le avversità e l’esercito nazifascista, ancora non in rotta definitiva, costringono i restanti membri della missione a svolgere compiti di aiuto alla Divisione Asti, il cui obiettivo è quello di liberare Asti per poi aiutare in un secondo momento i colleghi torinesi.
Bisogna però prima fare una riflessione di tipo politico riguardo all’organizzazione dei partigiani. Essi non erano tutti uguali: il gruppo più numeroso era quello dei comunisti delle brigate Garibaldi; questi partigiani miravano a sconfiggere i nazifascisti per poi instaurare una Repubblica di fatto filo-sovietica. La Divisione di cui parla il libro era quella dei badogliani. Questo gruppo era quello appartenente alla Democrazia Cristiana, che volevano cacciare Mussolini per poi confrontarsi con la Chiesa, sul tema dell’assetto politico dell’Italia dopo la guerra. Il gruppo meno numeroso era quello dei socialisti delle brigate Matteotti, che non riuscì a liberare grandi zone, limitandosi a resistere nelle sicure postazioni di Albugnano (dopo la sconfitta nella battaglia di Dusino San Michele).
Ma torniamo ora al nostro libro, miei cari dieci lettori. Dopo la vittoriosa campagna di Cisterna i nazifascisti non tornarono più a disturbare i Partigiani, che sull’onda dell’entusiasmo occuparono un territorio che andava da Montà d’Alba a Villafranca d’Asti. Della missione inglese rimasero solo cinque soldati, compreso il nostro Will, che decisero di sposare a pieno la causa partigiana.
Credo che sia il momento di fare una seconda analisi dei partigiani, perchè l’argomento gerarchia interna rappresenta un tabù per molti dei miei dieci lettori. A partire dal Medioevo, ma soprattutto dall’età moderna, si assiste ad una definizione della gerarchia militare piramidale i partigiani, invece, riprendono progressivamente la scala militare romana. In effetti in tutte le Divisioni si evidenzia un capo carismatico, che viene definito quasi con sacralità dai militi (esempi di questo tipo ci portano ai tempi delle guerre civili romane, quando Cesare e Pompeo si fronteggiarono mettendo in campo ciascuno un esercito di veterani delle loro precedenti campagne). Tale capo carismatico, il maggiore Mauri, nel caso della VI Divisione Asti, sceglieva personalmente i propri sottoposti, che dovevano distinguersi per coraggio e sacrificio.
Torniamo ora ad occuparci del libro: William diventa il capo dei tre inglesi superstiti dopo la morte del capitano Keany e del maggiore Hope. Quando arriva il messaggio del giorno di insurrezione nazionale fissato per il 25 aprile 1945, i partigiani si riversano su Asti dove vengono accolti come eroi dalla popolazione. Successivamente viene liberata anche Torino grazie all’aiuto dell’armata alleata. Particolarmente bello il racconto dei pochi soldati brasiliani che, essendo tutti figli di migranti italiani, baciano la terra dei loro padri.
Questo libro mi è piaciuto particolarmente per la sua veridicità, ma anche per la bella narrazione di William Pickering e per le note di Chiaffredo Bellero e di suo fratello Vincenzo, detto Nini.
Invitandovi a leggere questo libro, vi congedo, sperando nella soddisfazione, dei miei dieci lettori. Luigi Maria D’Auria

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